Decreto sisma banco di prova della nuova maggioranza. Una proposta.

Nel caos politico di queste ore ci sono pochissimi dati certi. Uno è l’esistenza di una nuova maggioranza politica di fatto tra Lega, M5S e, forse, FdI. L’altro è il nuovo decreto sul terremoto varato ieri, ultimo atto del governo Gentiloni. E’ un provvedimento minimo, con la sola proroga pur importante delle scadenze del 31 maggio. C’erano molte altre norme nel pacchetto concordato nei giorni scorsi dal Commissario con tutti i gruppi politici, a cominciare dalla sanatoria degli abusi edilizi nelle case da ricostruire. Ma di più, quanto meno per opportunità politica, anche nei confronti del Quirinale, il dimissionario Paolo Gentiloni non poteva fare. 

Poco tempo

Così, quel decreto striminzito oggi diventa uno dei primi veri banchi di prova della nuova maggioranza giallo-nero-verde. Giorgia Meloni e i suoi parlamentari marchigiani hanno già annunciato l’intenzione di integrare il decreto, migliorarlo con una serie di emendamenti. Lega e Movimento si preparano a fare altrettanto. Forza Italia e lo stesso Pd, finora al governo, avanzeranno le loro proposte. La partita si gioca in tempi strettissimi: il decreto va convertito in legge entro sessanta giorni, e c’è la possibilità assai concreta di uno scioglimento imminente delle Camere per nuove elezioni. 

Numeri schiaccianti

Mettiamo ci sia tempo per discutere il decreto, i numeri parlamentari dell’asse  del “cambiamento” sono schiaccianti. Se un qualsiasi governo proponesse “A”, loro possono decidere “B”: l’unico argine diventerebbe la Ragioneria Generale dello Stato, organo indipendente dal ministro del Tesoro, che deve “bollinare” i provvedimenti, assicurandosi cioè che siano compatibili con il bilancio, ad esempio che non prevedano spese per le quali non sono previsti finanziamenti.  

Cosa c’era nel pacchetto De Micheli

Il decreto immaginato fino a qualche giorni fa era molto più corposo di quello uscito da Palazzo Chigi. Tanto per cominciare c’era la proroga dello stato di emergenza che scade il 23 agosto, che però costa 560 milioni di euro, una somma molto impegnativa per un governo uscente, anche se relativa ad un’emergenza. Parte di questa somma, 200 milioni, servirebbe per giunta per gli espropri forzati delle aree dove sorgono le Sae, che verrebbero acquisite dai Comuni (si sono accorti che ai proprietari dei terreni affittati, al momento dato, restituirebbero oltre alle aree anche il diritto di costruire…).

La sanatoria degli abusi

La norma più importante contenuta nel pacchetto De Micheli era, tuttavia, la regolarizzazione delle gravi difformità edilizie nelle abitazioni da riparare o ricostruire con i fondi pubblici. Si prevedevano la chiusura di tutte le domande di condono attualmente pendenti, l’abolizione del principio della doppia conformità per la sanabilità delle opere, con un elenco di fattispecie minori che potevano essere regolarizzate. Tanto era necessaria questa norma, visto che agli abusi si attribuisce gran parte dei motivi del ritardo nella presentazione delle pratiche, che lo stesso termine per chiedere i contributi per il danno lieve, oggi fissato a fine luglio, sarebbe stato spostato a fine anno. 

Assunzioni e Zona Franca

Tra i provvedimenti concordati la settimana scorsa dal Commissario con i partiti c’era anche la riapertura della fallimentare sanatoria delle casette abusive, e del bando per consentire alle imprese che hanno subito il doppio terremoto, agosto e ottobre, di rientrare nella Zona Franca, dalla quale sono state incredibilmente escluse. Poi c’erano nuove assunzioni di personale negli Uffici Speciali regionali per la ricostruzione, sottodimensionati, il rafforzamento della struttura commissariale, con la proroga al 2020, l’esproprio forzato di terreni dove sorgono le aree Sae che erano stati solo presi in affitto.

Azione trasversale

Tutti elementi che risalteranno fuori dalle proposte di modifica parlamentari. Con un grande rischio, che il decreto terremoto diventi nel giro di pochi giorni un tema elettorale, giocato a colpi di emendamenti. Lega e M5S, nel contratto di governo che potrebbe resuscitare in Parlamento, promettono semplificazioni consistenti. E’ noto, ad esempio, che sul condono e la sanatoria delle casette abusive almeno la Lega ha un atteggiamento molto aperto. Certamente le norme che fin qui hanno regolato la ricostruzione non hanno funzionato e vanno cambiate. Magari ai terremotati, egoisticamente, non dispiacerebbe una gara al rialzo tra i partiti a chi fa meglio e dà di più.

Una modesta proposta

Come collettività sarebbe però difficile accettare che le norme “minime” per garantire la ripresa e la ricostruzione, ancora al palo, diventino merce di scambio elettorale. Il Parlamento, in passato, è stato spesso compatto sull’emergenza sisma, votando all’unanimità il decreto terremoto e a larghissima maggioranza molti altri provvedimenti. Con lo stesso spirito bipartisan si potrebbe approvare in blocco il pacchetto già definito, lasciando impregiudicate altre possibili future iniziative. Se i terremotati potessero avere come primo segno del “cambiamento” un pacchetto di norme stabili, sostenibili ed efficaci, e soprattutto utili ed attese, sarebbe già una gran cosa. Il futuro politico del Paese è molto incerto, quello delle nostre vite, oggi, è già completamente buio. (M. Sen.)

 

 

 

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