venerdì , 1 Marzo 2024

Il destino di essere marchigiani

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«Il volto più vero delle Marche, anche se il meno appariscente, è quello di una regione di laboriosa e virile solitudine, abitata da gente avvezza a fare i conti con se stessa, a non ammettere niente di grande, niente di straordinario in nessun fatto e in nessun uomo; un popolo, dunque, che la pratica quotidiana del mare e dei campi ha reso taciturno, appartato, schivo alle facili aperture, e tuttavia più incline alla malinconia che alla tristezza, più all’interrogazione che all’angoscia».

(Carlo Antognini, 1971)

Mio padre è marchigiano, di San Martino, una frazione minuscola del comune di Fiastra, il paese che con Visso e Ussita “rappresenta” il Parco Nazionale dei Monti Sibillini. San Martino è composta di alcune località, la nostra si chiama Moreggini e il numero dei residenti è di tre: Giorgia, Mario e Peppina. La settimana scorsa siamo andati a controllare casa, la nostra e quelle di parenti e amici. Foto-messaggi e gruppi WhatsApp erano già arrivati implacabili a comunicarci i contorni della situazione; toccare con mano gli effetti del terremoto, uno dei più violenti degli ultimi decenni è però tutta un’altra cosa.

Arrivando dalla direttrice Foligno-Civitanova — la cosiddetta “variante”, inaugurata a luglio da Renzi, strada veloce che dopo vari buchi nella montagna bypassa la 77 della Val di Chienti — si ha subito la sensazione di entrare in una zona off-limits, barricata, sconsigliata. Porzioni di territorio sconquassati dai movimenti tellurici degli ultimi 80 giorni, luoghi oggi strappati alla solita dimensione di tranquillità bucolica della campagna. In prima battuta ci si sente disorientati, senza coordinate, poi ci si arrabbia (ma con chi?) e poi arriva quel senso di vuoto.

Osservare la propria casa distrutta fa lo stesso effetto disorientante di quando ci si accorge di aver appena subìto un furto. Il disordine scortese, sprezzante della propria intimità violata. Il segno inequivocabile di un’intrusione privata proveniente dall’esterno per la quale ci sentiamo offesi, tristi, vilipesi.

Ma il senso di disorientamento non si ferma nella nostra San Martino. Il dolore è per un’intera area geografica con la quale ci sentiamo da sempre di condividere un destino. Nei paesi delle valli attorno a Fiastra non c’è più nessuno, le strade deserte, gli esercizi commerciali quasi tutti chiusi. È chiuso lo spaccio dei Monti Azzurri alla Maddalena, frazione di Muccia, a pochi chilometri da Pieve Torina e Visso. Il negozio dei prodotti tipici (ciauscolo, salame di fegato, pecorino di Cupi, mistrà Varnelli) non è accessibile, sul pavimento i resti dei barattoli delle conserve e delle bottiglie divelti a causa delle ultime scosse. L’esercizio è comunque aperto in un chioschetto lì accanto per qualche solitario avventore: contadini, operai, un paio di ragazze del posto dall’espressione triste. Vicino, quella che prima era una batteria di esercizi commerciali frequentatissima — dal Motel Agip al negozio di abbigliamento, dal grande supermercato ai surgelati — oggi è un blocco di cemento perimetrato da nastri bianchi e rossi di interdizione.

È un elenco senza fine quello dei comuni del Centro Italia colpiti dagli eventi sismici cominciati alle 3:37 del 24 agosto e da allora mai terminati del tutto. Senza fine come il dolore che ha accompagnato il rinvenimento delle 298 vittime della prima scossa (236 nel solo comune di Amatrice); senza fine come il numero imprecisato di sfollati ai quali le scosse devastanti di fine ottobre hanno tolto tutto, casa e lavoro: una cifra che oscilla tra le 30 e le 40mila unità. Altrettanto cospicua è la lista contenente le attività economiche interrotte, le abitazioni distrutte, i borghi sventrati, i tesori artistici sfigurati. Un sisma devastante, con un numero di repliche che negli ultimi 80 giorni si è attestato in alcune migliaia stando alle rilevazioni degli istituti di ricerca.

L’immagine dei fedeli inginocchiati in preghiera sotto il sole del primo mattino nella piazza antistante la Basilica di San Benedetto a Norcia appena distrutta è l’immagine che resterà scolpita nell’immaginario collettivo, l’istantanea di un’Italia che nel ventunesimo secolo si scopre ancora troppo fragile di fronte ad eventi naturali che, dati alla mano, sono parte integrante della dna idrogeologico del suo territorio.

Se la scossa del 24 agosto ha avuto conseguenze più tragiche in termini di vite umane, quelle di fine ottobre sono state più devastanti per le case, le chiese, i manufatti in genere. Per farsi un’idea, un dato scientifico: i terremoti del 26 e del 30 ottobre hanno deformato una zona di 600 chilometri quadrati. È quello che è emerso dalla prima analisi dei dati forniti da Sentinel 1, satellite radar del programma europeo Copernicus, elaborati dall’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) e dall’Istituto per il rilevamento elettromagnetico dell’ambiente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Irea-Cnr). I ricercatori hanno delimitato la zona in cui si sono verificati i maggiori movimenti del terreno di fine ottobre con un’ellisse lunga circa 40 chilometri e larga 15. L’ellisse va da Pieve Torina (provincia di Macerata), come limite esterno della figura ideale, fino ad Accumoli (Rieti), più a Sud. È in questa zona che i satelliti hanno indicato le maggiori deformazioni del suolo, evidenziate da frange colorate. Ognuna di queste frange rappresenta un abbassamento del terreno di circa 3 centimetri superiore alle frange adiacenti. All’interno dell’elisse, dove le frange sono più fitte, si trova la zona in cui il suolo si è abbassato fino a 70 centimetri, vicino a Castelluccio di Norcia, il borgo magico posto ai piedi del Monte Vettore oggi quasi interamente raso al suolo.

La scossa del 30 ottobre delle 7:40 ha sprigionato una magnitudo momento di 6.5, un dato che in Italia non si registrava da 36 anni. Il video girato pochi istanti prima della scossa da alcuni cacciatori vicino Montegallo, sul versante ascolano del Vettore dà un’idea, seppur mediata, di uno sconvolgimento tellurico brutale, prepotente, selvaggio. «Questo ha ammazzato la gente, ha ammazzato la gente!», ripetono i cacciatori dai loro nascondigli. Le informazioni inizieranno a circolare pochi istanti dopo la scossa delle 7:40 e la notizia più incredibile, seguita all’iniziale cautela da parte delle autorità, riguarderà l’assenza di vittime direttamente riconducibili a un evento sismico eccezionalmente forte, avvertito fino in Carinzia.

Il terremoto del 30 ottobre, però, non ha risparmiato i luoghi.

Borghi trecenteschi, chiese romaniche, campanili, navate, cimiteri, capanne, fonti, fienili, stalle, granai, logge, abbeveratoi, portici, corti. Oltre ai danni e ai crolli di manufatti realizzati negli ultimi 60 anni (che comunque sono stati tanti), il sisma si è portato via una fetta impressionante dell’architettura medievale della civiltà contadina del Centro Italia, soprattutto marchigiana. La percentuale delle cose andate in fumo fa paura, e il numero degli sfollati sulla costa adriatica ne è la triste dimostrazione. Case sventrate, solai venuti giù, tetti collassati, lampadari staccati, muri spanciati, pietre divelte, strade interrotte, fiumi esondati. L’impressione visiva sui luoghi del terremoto non è così difforme dalle immagini che giungono dai teatri di guerra.

Pontelatrave è zona rossa, Pieve Torina è zona rossa, così come parte di Polverina e la “nostra” San Martino, con la chiesa di San Martino in Tedico irrimediabilmente lesionata e irriconoscibile. È qui che 70 anni fa nacque mio padre, al terzo piano di una delle case più grandi del paese, una casa fatta di pietre squadrate di arenaria e travi di castagno. Case solide, si diceva. Ma non abbastanza, evidentemente. Oggi è tutto distrutto, le vie del paese sono invase dalle pietre, il rampicante autunnale rosso e rigoglioso che tappezza un intero muro della casa degli zii è meraviglioso, ma è una bellezza incongrua rispetto al resto. Non possiamo neanche avvicinarci la casa nella quale abbiamo trascorso, con cugini parenti e amici, alcuni dei momenti più belli della nostra vita.

Come il rampicante, arrossisce la tragedia della mia famiglia di fronte a quanto accaduto a chi in quei luoghi vive e lavora tutto l’anno. Noi siamo privilegiati perché da quest’altra parte di Italia un tetto lo abbiamo. Forse non siamo neanche autorizzati a soffrire. Non lo siamo nei confronti di persone come Giorgia e Mario, moglie e marito, ex allevatori e contadini con i quali noi bambini e prima di noi i nostri genitori hanno trascorso momenti indimenticabili. Oggi casa loro è lesionata e ovviamente inagibile e per questo sono costretti a stare in affitto a Tolentino. Penso a Patrizio, che fa il muratore e che fino all’altro giorno faceva la spola tra Caldarola e casa in attesa che i Vigili del Fuoco lo aiutassero a recuperare alcuni ricordi. Penso a mio cugino Michele, che di mestiere fa la guida del parco: dorme in tenda perché nessuno gli ha ancora certificato l’agibilità di casa, sta aiutando la macchina dei soccorsi, unendosi a tutti quelli che si spendono per provare a ripartire.

Non è semplice.

A Fiastra la situazione è drammatica, famiglie strappate alle proprie case, alle proprie radici, scuole chiuse, elettricità e acqua fino a pochi giorni fa interrotte, gas irreperibile (le condutture sono interrotte per ragioni di sicurezza). Da qualche giorno c’è un presidio composto di una decina di Vigili del Fuoco generosissimi e, soprattutto, coraggiosi. Sono loro a fornire il primo aiuto, adesso per il recupero beni, poi per la messa in sicurezza dei manufatti e la demolizione delle strutture pericolanti quando lo sciame sismico si placherà. Oggi però, mentre si concludono i sopralluoghi nelle scuole, le priorità sembrano essere altre: le casette mobili a chi non vuole abbandonare la propria terra (perché questo può essere l’anticamera dell’abbandono) e il ripristino dei servizi essenziali. Le reti di solidarietà, alcune delle quali autonome come le Bsa e per questo anche più efficaci, si sono attivate da un pezzo ottenendo risultati concreti ma la sensazione è che si debba fare molto di più e più in fretta.

Sono tanti, troppi i luoghi che rischiano di essere dimenticati. Penso alle grotte dei frati nella gola del Fiastrone, alla valle del rio Sacro con le antiche carbonaie, alle cascate dell’Acquasanta, alle lame rosse, all’abbazia di S. Maria di Rio Sacro a Meriggio (Acquacanina), alla splendida e vivace Visso con il museo dei manoscritti leopardiani, al lago di Fiastra, al Vettore, a Matelica, a Camerino con l’università e le reliquie di San Venanzio, a Belforte di Chienti, a Pievebovigliana, Castelraimondo, Ussita, Castelluccio di Norcia e a tutti gli altri splendidi luoghi che sorgono nei confini del Parco Nazionale dei Monti Sibillini.

Sono questi i luoghi colpiti dall’ultimo devastante sisma del Centro Italia. Borghi, paesi, città, frazioni, località ma anche e soprattutto persone, ragazze, ragazzi, anziane, anziani, zii, zie, cugine, cugini, allevatori, falegnami, muratori, carpentieri, geometri, avvocati, commercialisti, insegnanti, preti, insomma tutte quelle persone che con le loro storie e le loro voci costituiscono la spina dorsale di un territorio che deve rinascere. Persone e storie di cui è fondamentale continuare a parlare in questi giorni tristi. Per tenere alta l’attenzione. Per non mollare.

Vincenzo Sori

«Essere Marchigiani è un destino. Significa stare al mondo in modo tellurico e fantastico al tempo stesso. Aver sempre la necessità di scappare e sempre – sempre – patire la nostalgia ineludibile del ritorno. Significa avere la netta sensazione che la vita si svolga altrove, per poi scoprire che la si è persa in tutto ciò che si è lasciato.

Significa rimanere incommensurabilmente soli in un deserto così somigliante al paradiso da confondere gli angeli nel loro volo.»

(Carlo Antognini, 1971)

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